5 febbraio 2012

Il popolo delle partite iva, precari o mobili?

Devo essere sincero, mi sto affezionando ai modi ragionevoli e esplicativi di un presidente del consiglio che ha come primo impegno mostrare il perchè della sua visione.

Il tema a me più caro, probabilmente dovuto alla mia età ed al ruolo che ricopro, è quello legato al mercato del lavoro, alle liberalizzazioni, al patrimonio (della cultura del lavoro) che lasceremo per il futuro.

Come datore di lavoro ascolto attentamente quanto si discute oggi,
si parla dei contratti atipici e del fatto che debbano essere eliminati, si parla di un nuovo mercato delle partite iva per i giovani fino a 35 anni molto più convenienti rispetto alle precedenti, si parla di
asciugare i contratti subordinati ad una sola tipologia o poco più dagli oltre quaranta attuali, si parla di ssrl società semplificate a responsabilità limitata.

Io non sono un economista, tanto meno un politico, ma anche io mi pongo domande e queste mi portano a considerazioni così diverse...

Chi è un giovane?
Io a 35 saranno già 15 anni che lavoro professionalmente, sulle mie spalle ho esperienze da dipendente, da free lance con partita iva e la fondazione di un'azienda, alcuni miei amici a 32 anni ancora devono entrare nel mondo del lavoro, siamo due persone con problematiche affini?
Probabilmente no!

Cosa significa agevolare?
Mia moglie da quest'anno entra nel mercato delle partite iva, lei rientra nella categoria dei giovani, ha 27 anni e quindi ha diritto a sfruttare il nuovo regime de minimis: pagherà soltanto il 32 % di tasse (di cui in realtà il 27 concorre alla formazione della sua pensione) e potrà mantenere questa condizione per ben 8 anni.
Tra 8 anni, allo scadere del 35° anno d'età anche lei sarà costretta a passare al regime ordinario che le richiederà un aggravio di circa il 25% del costo del suo lavoro.

Ora mi domando, cosa c'è di più cieco ed anti economico di un salto simile?
E' spaventoso pensare gli effetti che una politica simile comporta:
da un lato è una droga che alimenta una competitività malsana perchè a parità di esperienza una persona costerà meno della metà di un'altra che non ha partita iva
dall'altro quella persona alla fine del periodo "privileggiato" si troverà a fronteggiare un divario abissale e dovrà scegliere se compensarlo con una fortissima riduzione delle proprie entrate o se maggiorare il proprio costo abbattendo la competitività nei confronti di nuove leve.

Perchè a nessuno viene mai in mente di fare un percorso graduale aumentando il costo del lavoro anno per anno?
Cerco di essere più chiaro.
Se il regime agevolato aumentasse il costo del lavoro a piccoli balzelli si darebbe modo alla persona che lo pratica di rimanere "attraente" agli occhi di chi con lui collabora.
Ad esempio un 5% in più annuo è molto meno faticoso da accettare di una botta di aggravio del 25%.
Nel rapporto di lavoro il costo di una prestazione ha un valore importante ma non è tutto, negli anni diventa cruciale il rapporto di fiducia che si instaura tra le persone ed il maggior prezzo è giustificato dalla volontà di continuità.

Un minor costo certo stimola le aziende a rischiare sulle nuove leve, ma un giovane non è una nuova leva per 8 anni.
Ai fini economico/finanziari, tra l'altro, dilazionare il salto produce maggior gettito fiscale

Allora perchè non  si riesce a creare un percorso che permetta un serio e sostenibile ingresso nel mercato del lavoro per i giovani senza creare ogni volta delle droghe che hanno delle ricadute a 5 anni?

Strumenti a sostegno dell'ingresso al mondo del lavoro sono utili e davvero importanti, ma proprio perchè devono sostenere quella che oggi chiamano la mobilità  è doveroso che siano studiati per permettere a chi ha già una posizione di essere chiamato perchè meritevole e a chi sta iniziando di essere decisamente più economicamente appetibile.